Sono passati ormai anni da quando l’allora Ministro del Lavoro Luigi Di Maio annunciò “al mondo intero” l’introduzione del reddito di cittadinanza. Disposizione legislativa innovativa per una nazione come l’Italia che a sentir dire avrebbe arrecato vantaggi indiscutibile all’ occupazione del nostro Paese. Il dato analitico certo è che la misura in questione pesa sul bilancio dello Stato 7,2 miliardi di euro, una somma non certo irrisoria e da non sottovalutare. Ugualmente chiaro è che la strumento in questione viene unanimemente considerato ad oggi una norma anti-povertà, in grado di alleviare almeno in parte  i nefasti effetti pandemici. Obiettivamente parlando il reddito di cittadinanza non suscita fiducia ,non è in grado infatti di avviare un programma serio di politica economica con l’obiettivo di creare lavoro stabile nel lungo periodo. Il provvedimento rimane quindi fermo  ad una natura prettamente assistenziale, un rimedio contro la lotta alla povertà, all’ indigenza, dalla portata transitoria, non certo da considerarsi  come uno strumento di politica attiva del lavoro, caratterizzato come sopra evidenziato da costi enormi. Diventano invece auspicabili da parte del Governo Draghi rendere operative politiche strutturali che prevedano l’inserimento di nuove forze lavorative nel settore della Pubblica Amministrazione. Ci vuole un piano assunzionale di vasta portata, in grado di sopperire alla carenza cronica di personale, soprattutto in alcuni settori nevralgici ed essenziali come quello della Sanità, dei Beni Culturali, della Previdenza.  Occorre   venire incontro alle esigenze della collettività  per continuare a dare qualità ai servizi offerti.

Purtroppo il reddito di cittadinanza, così come strutturato ha finito col favorire il lavoro nero con gravi e ovvi svantaggi per l’economia del Paese. I centri dell’ Impiego strutture deputate ad assumere un ruolo fondamentale per il corretto evolversi della disciplina del reddito di cittadinanza,  considerata l’esiguità del personale, la maggior parte del quale andato in pensione negli ultimi anni, ha continuato a svolgere solo pratiche burocratiche e non politiche attive di lavoro.

Resta poi il dato di fatto negativo che in nessuna Regione è stata applicata la regola, aspetto prioritario della legge, che chi rifiuta il lavoro perde il reddito, manchevolezza gravissima. In Italia  inoltre sussiste  una pericolosa distonia, unica in Europa in tal senso, ossia abbiamo un Ente che eroga l’assegno, l’ Inps e un altro il Centro per l’Impiego che dovrebbe fornire il servizio.

 Le assunzioni derivate dal reddito di cittadinanza sono pochissime , gli incentivi previsti in tal senso non hanno praticamente mai funzionato, esistono detrazioni contributive molto migliori in altre disposizioni legislative.

E allora, alla luce di quanto esposto  che significato, che giudizio dare al reddito di cittadinanza? Solo una misura a sostegno della povertà, che bisogna sforzarsi di rendere  veramente al servizio dei poveri, degli indigenti, dei bisognosi e magari di colpire con sanzioni più severe i furbi, tanti, che ne usufruiscono indebitamente, appropriandosi di somme di denaro non certo di loro spettanza.